Epifanie e mistero: intervista a Carlo Furgeri Gilbert

collodio: foto by Carlo Furgeri Gilbert

Lastre sospese tra passato e presente, nella riscoperta di una tecnica lontana. Il fotografo Carlo Furgeri Gilbert ci apre le porte di un’arte dimenticata.

Fotografo e videomaker, Carlo Furgeri Gilbert è nato a Londra nel 1971. Cresciuto nella città di Ravenna, lavora adesso tra Londra e Milano, collaborando con magazine come Rolling Stone, Wall Street Journal, GQ, Vanity Fair e IoDonna. Da sempre affascinato dalla ricerca di nuove forme espressive, ha intrapreso un percorso inedito all’insegna di un’arte da tempo perduta. Quella del collodio.

1.Partiamo dal tuo progetto di riscoperta e recupero di una tecnica abbandonata: la lastra al collodio ideata da Frederick Scott Archer. Nella mostra Alchemical Beauty hai presentato ritratti di modelle realizzati seguendo questa tecnica. Come è nata l’idea di cimentarsi in un procedimento così complesso?

Dopo alcuni anni in cui il lavoro commerciale era dominante nella mia attività ho sentito la necessità di trovare una via personale per fare ricerca, qualcosa che mi obbligasse ad interrogarmi sulla fotografia che volevo fare e non solo su quella che mi serviva per pagare l’affitto. Sono sempre stato attratto da immagini poetiche e misteriose, amo i mondi interiori e ambigui anche se nel lavoro commerciale questa mia parte difficilmente viene fuori. Rivedendo il lavoro di alcuni fotografi che amo molto come Sally Mann ho scoperto che utilizzavano questa tecnica. Mi sembrava una bella sfida. Ricominciare a studiare anche la tecnica fotografica un po’ dal principio. Gli esordi non sono stati semplici perché è un procedimento molto complesso, che ad un certo punto ti porta ad interrogarti sul tuo ruolo di fotografo e sul perché dovresti attraversare tutto un universo di difficoltà per ottenere una immagine.

Foto: Carlo Furgeri Gilbert.
Foto: Carlo Furgeri Gilbert.

2.Bazin definiva l’immagine analogica come l’impronta del reale. Un legame alchemico e fisico tra il soggetto, la luce e la lastra, o la pellicola, che è andato perduto con il digitale. Cosa significa per te questo legame oggi che la fotografia si muove più che mai verso l’immaterialità e l’impermanenza?

Onestamente non sono molto interessato al dibattito fotografia analogica Vs fotografia digitale. Per ragioni anagrafiche sono cresciuto con la pellicola, con gli odori della camera oscura, con la stampa, ma amo profondamente le possibilità e la velocità che il digitale offre. Scatto molto anche con l’i-Phone che trovo uno strumento insostituibile per rendere l’immediatezza del reale. Scegliere di usare il collodio umido è qualcosa che ha a che fare con il mio vissuto con la mia storia. Sono una persona pratica e molto “fisica” direi, mi piace sporcarmi le mani anche in senso letterale. La possibilità non solo di pensare un’immagine, di figurarla nella propria mente, ma la possibilità reale e tangibile di crearla dal nulla con le proprie mani, e dove ogni gesto implica una conseguenza sul successivo è stimolante.

3.La delicatezza di questo procedimento sta anche nell’abilità di far fronte a una certa dose di imprevedibilità del risultato. Di imperfezione, persino. Possiamo definirlo in controtendenza con la mania di controllo e artificiosità tipica dei filtri e delle moderne tecniche di fotoritocco?

Creare una lastra al collodio non è semplicemente scattare una fotografia, ma è muoversi in un equilibrio instabile sulla sottile linea che divide il mondo del conosciuto, del definito, della tecnica, da quello dell’inatteso, del caso. Ci sono energie che non si possono controllare ma solo assecondare. Nonostante la preparazione dell’immagine segua un processo rigoroso e preciso, il risultato ha sempre un aspetto sorprendente.

Dopo un periodo di apprendimento filologico della tecnica, in questo periodo sto cercando di lasciare molto più spazio al caso e all’imprevedibilità del risultato. Il collodio umido è un processo interamente manuale e io utilizzo la mia “imprecisione umana” per creare altri mondi e situazioni. Sfruttandone i limiti tecnici, come i tempi di posa lunghissimi o il metodo di sviluppo che ora ho modificato usando un vaporizzatore che mi permette di creare colature e effetti totalmente inattesi.

Foto Sumo: Carlo Furgeri Gilbert.
Foto: Carlo Furgeri Gilbert.

4.Rispetto a una concezione della fotografia come una serie di scatti quantitativamente ingente, tra i quali scegliere a posteriori, la lastra al collodio si pone come una sorta di “unicum”. Quanta preparazione richiede uno scatto simile e come cambia il lavoro del fotografo?

Moltissima. A parte la fase di preparazione dei chimici (che richiede di essere fatta qualche giorno prima perché maturino) e dell’allestimento del set (che implica l’utilizzo di una quantità e di una qualità di luce molto differente da uno scatto tradizionale) , il lavoro complesso è quello di scegliere con cosa e come creare lo scatto.

La realizzazione di una singola lastra richiede circa 10/15 minuti (tra colatura del collodio, scatto e sviluppo) per cui è evidente lo sforzo richiesto sia al fotografo che al soggetto.

Il fotografo ha spesso una sola occasione per cogliere quell’immagine. Tutto deve funzionare. A volte non succede purtroppo e quell’immagine è persa per sempre e non si può più recuperare. Questa frustrazione va accettata come parte integrante del processo.

Anche dopo che l’immagine è stata scattata e sviluppata possono verificarsi problemi nella fase di lavaggio e verniciatura; a volte succede che, per ragioni chimiche a noi estranee, la fase di verniciatura finale (quella che proteggerà e conserverà nel tempo la lastra) sciolga in senso letterale l’immagine e a quel punto non puoi che fare un respiro profondo e accettarlo.

Foto: Carlo Furgeri Gilbert.
Foto: Carlo Furgeri Gilbert.

5.Come scegli i tuoi soggetti? Cerchi modelli che già incarnino l’idea che vuoi comunicare o ti affidi alle sensazioni che ti suscitano sul momento?

Cerco sempre facce che mi trasmettano qualcosa. Come per la scelta della macchina o della tecnica da utilizzare, anche la scelta del soggetto dipende da cosa vi vuole esprimere. Scegliere un viso piuttosto che un altro cambia il senso dell’immagine in maniera totale.

6.Hai lavorato e lavori molto anche nella pubblicità. Quanta libertà è concessa al fotografo in questo caso? C’è spazio per l’interpretazione personale?

Lavorare in pubblicità lo trovo rilassante anche se non sembrerebbe. Generalmente c’è un layout definito dall’agenzia e approvato dal cliente. Al fotografo è chiesto di interpretarlo, farlo proprio per valorizzare nel miglior modo possibile le necessità del brand. Lo spazio per l’interpretazione personale te lo devi cercare e creare. A volte si può a volte no. Ci si trova anche a fare cose su cui si può non essere molto d’accordo ma essendo un professionista e pagato per farlo, le faccio meglio che posso.

E’ una sfida che spesso ti aiuta anche a superare i tuoi limiti.

Modelle: Foto Carlo Furgeri Gilbert.
Foto: Carlo Furgeri Gilbert.

7.Continui a utilizzare il digitale anche in alcuni progetti personali?

Non ho nessuna preclusione su alcun mezzo fotografico. Utilizzo qualunque cosa dall’i-Phone al dorso digitale al banco ottico di grande formato, alla polaroid. La scelta della macchina o della tecnica è dettata da quello che devo o voglio raccontare. La scelta di una macchina piuttosto che di un’altra definisce anche il mio rapporto con il soggetto. Una cosa è farsi fotografare con un i-Phone o con una Reflex una cosa è sedersi davanti ad un banco ottico 20×25.

8.Sul tuo sito c’è una sezione dedicata ai film. Come cambia l’approccio nel concepire l’immagine in un’ottica processuale?

Lavorare ad un film o un video richiede un approccio totalmente diverso. O meglio, occorre lavorare per creare immagini che siano belle e funzionino all’interno del filmato, ma occorre soprattutto avere bene in testa il progetto nel suo senso più ampio, la storia. All’inizio ragionavo molto da fotografo. Camera fissa, bella inquadratura, bella luce, ma questo non basta. E’ importante (ed ecco perché in produzioni più complesse c’è sempre un direttore della fotografia) ma ciò che conta è la capacità di raccontare una storia.

Con alcuni colleghi stiamo lavorando a dei progetti video con la tecnica VR 360° (una serie di videocamere sincronizzate che creano filmati che una volta montati e, visti attraverso un player specifico, consentono di muovere lo sguardo in tutte le direzioni), una nuova frontiera dello storytelling. I video 360° hanno una complessità maggiore perché non si può più ragionare in termini di inquadratura singola, ma occorre avere il controllo di tutto ciò che avviene intorno alla videocamera. Perché siano interessanti occorre che ci sia una ragione vera per ruotare e volgere lo sguardo, che sia un luogo assolutamente inedito e particolare, che sia una storia che si svolge davanti ma anche dietro la camera.

C’è ancora molto da fare e da studiare ma è una nuova esperienza che mi incuriosisce molto.

Foto: Carlo Furgeri Gilbert.
Foto: Carlo Furgeri Gilbert.

9.Oltre che fotografo e videomaker sei anche un batterista. Il nome del tuo gruppo, “Tina e i suoi Modotti”è molto particolare per una band musicale. Da cosa deriva la scelta? Si può dire che l’arte di Tina Modotti ti ha ispirato anche nei tuoi progetti?

Batterista è una parola importante diciamo che io e la batteria stiamo diventando amici. Ci conosciamo da poco ma c’è grande amore! Il nome del gruppo è stato un po’ casuale ma certamente il lavoro di Tina Modotti e il suo sguardo “rivoluzionario” hanno inciso sulla mia formazione di fotografo e di individuo.

10.Tra i tuoi lavori ce ne sono diversi dedicati al panorama musicale. In che modo la musica e il genere dei diversi soggetti influenzano il tuo lavoro? Lo scatto si modella sull’artista o cerchi di coglierne aspetti inediti?

Cerco sempre di capire chi ho davanti. Come dice Annie Leibovitz cerco di fare i compiti a casa. Studio cosa gli artisti hanno fatto, cerco interviste, leggo, mi informo, guardo video dove sento il soggetto parlare, ascolta la loro musica (anche se a volte non è proprio in linea con quello che normalmente ascolto). Cerco di capire chi ho di fronte. La fotografia poi fa il resto. In fotografia non ci sono le prove generali, in fotografia si sale sul palco e si suona in una bellissima jam session sperando di non steccare.

11 Se tu potessi scegliere un soggetto o un personaggio celebre o meno da immortalare, chi sarebbe?

Più che personaggi celebri mi interessano molto le persone che hanno delle storie interessanti da raccontare. Mi piacerebbe molto fotografare le persone che hanno inciso sulla nostra vita quotidiana in modo profondo, o che hanno inventato qualcosa o creato qualcosa per rendere la nostra esistenza migliore. Spesso di questi veri ‘rivoluzionari’ ignoriamo perfino l’esistenza.

11.C’è altro che vorresti aggiungere?

Grazie

Foto: Carlo Furgeri Gilbert

http://www.carlofurgeri.com/

 

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