“Il Lanciatore di Coltelli”: intervista ad Angelo Liuzzi.

Il Lanciatore di Coltelli: Mizuko 00

Fotografo, counsellor, scrittore. Angelo Liuzzi ci parla del suo primo videoclip “Il Lanciatore di Coltelli”.

Il nastro riavvolto di una relazione impossibile, verso un finale da interpretare. Con Il Lanciatore di Coltelli Angelo Liuzzi porta sullo schermo le suggestioni suscitate da una canzone di Andrea De Santis, tratta dallo spettacolo “Circus o delle Piccole Tristezze” di Silvia Beillard.

Scrittura, fotografia, cinema. Il tuo lavoro attraversa le arti. Ogni forma artistica accoglie istanze diverse o sono tutte espressioni di uno stesso percorso?

Presumo che faccia parte di un percorso personale, iniziato quando la maestra delle elementari ebbe l’infelice idea di spiegarmi come nascono le poesie. Da quel momento, bene o male, ho iniziato a esprimermi attraverso la scrittura. Fotografia e cinema, ma anche la danza e il teatro sono altre forme attraverso le quali ho cercato finora di restituire quello che ho vissuto. Sicuramente il cinema e il teatro sono ciò con cui mi sono nutrito di più. Il cinema e il teatro degli altri naturalmente.

Il cinema non è semplice, quando ero piccolo era anche inaccessibile. Un pezzo di carta e una penna ce l’hai a portata di mano, una macchina fotografica puoi rimediarla. Fare un film è un altra roba, così ho fatto esperienza. Ho scritto molto, ho studiato. Diciamo che mi sono preparato fino a quando non ho capito come fare delle riprese accettabili anche con la mia macchina fotografica. Tutto questo non mi ha reso uno scrittore o un regista, tanto meno non mi rende un regista il primo videoclip che ho deciso di pubblicare o i corti che ho girato. A oggi posso dire di essere un fotografo, perché più di ogni altro mezzo è sicuramente quello che ho imparato a gestire meglio e attraverso il quale riesco a mantenere me e la mia famiglia.

La fotografia per te è nata come passione e diventata una professione per necessità. Adesso cosa rappresenta per te?

Fermo restando che la passione per me è una necessità tanto quanto svolgere una professione, se penso oggi a come è nata la mia fotografia il ricordo più vivo che ho è di me a 10 anni a scattare senza rullino per le strade della mia città. Allora non potevo permettermi dei rullini così facevo finta di fotografare tutto quello che mi catturava, come la spazzatura fuori dai cassonetti o le prostitute all’angolo delle strade. Sono nato in una realtà difficile e c’ho ho vissuto fino a 19 anni, poi sono scappato portandomela dietro, forse per questo amo i conflitti e i contrasti. Non è la fotografia la passione. La passione è quella che mi muove e che mi ha spinto a conoscere e a usare la fotografia. Questo vale però per ogni altro mezzo espressivo che uso. Certo mio nonno aveva la sua camera oscura e mio padre stesso fotografava, ma la loro storia non è la mia, la fotografia per me è restituzione. L’arte in generale per me lo è. Anche se quando ero piccolo non lo sapevo. Prendo quello che vivo e lo restituisco aggiungendo le mie emozioni, aggiungo me stesso in definitiva. Immagino sia presuntuoso o narcisistico. Insomma, perché dovrebbe interessare a qualcuno quello che funziona benissimo senza di me per mostrarlo trasformato con me dentro? Ma credo che non possa esserci arte senza questa aggiunta personale e narcisistica dell’artista. Se invece tu mi chiedessi perché la fotografia e non la pittura allora ti direi che la mia pigrizia mi ha fatto optare per uno strumento più facile, almeno dal punto di vista tecnico. Per il resto invece posso dirti che ho scelto la fotografia perché la sento come il mezzo più potente a mia disposizione che attesti la mia presenza lì nel momento stesso in cui si svolge la scena. Poi c’è la scelta della scena con la quale voglio dire al mondo: Eccomi, io sono qui!

"Il Lanciatore di Coltelli": Giulia Torrini.
“Il Lanciatore di Coltelli” con Giulia Torrini. (foto: Angelo Liuzzi)

Quando dico questo penso ad alcune foto di Bresson. Io non ho fatto ancora foto simili, però continuerò a prepararmi fino a quando non sarò in grado di inchiodare lo spettatore davanti alla foto. C’è chi sostiene che la fotografia sia la morte dell’arte proprio perché immortala un momento. Bene, ci sono certe fotografie che immortalano lo sguardo di chi guarda la foto, che immortala il tempo stesso di chi guarda. Quando una foto riesce a fare questo a un individuo, la fotografia per me diventa arte. Quelle che non ci riescono sono intrattenimento, e questo va bene se ti permette di mangiare.

La performance è parte integrante del tuo percorso. Nel teatro, nel ballo, nella messa in scena. Anche nei tuoi ritratti la fisicità è spesso predominante. In che modo ti affascina l’espressione del corpo?

Tutto quello che siamo lo siamo per via di come lo percepiamo. La realtà stessa è una realtà percepita e se non avessimo un corpo non ci sarebbe questa percezione. Come potrei non prenderlo in considerazione? Il fatto che tu mi dica “spesso” però mi preoccupa, io vorrei che si vedesse sempre questa fisicità. Mi affascina il fatto che ogni singola particella di me, ogni movimento, ogni azione è relegata al mio corpo senza il quale io sarei un’altra roba. Il giorno in cui saremo in grado di trapiantare il cervello umano o di twittare solo col pensiero assisteremo a uno stravolgimento totale di questa percezione, quindi finché è così cerco di godermi le mie percezioni il più possibile e di metterle in scena.

Dal teatro nasce anche l’ispirazione per il tuo primo video, Il Lanciatore di Coltelli. Come è nata l’idea di raccontare i personaggi portandoli sullo schermo?

Qualche tempo fa tenni a Milano un laboratorio di photo-counselling per la compagnia teatrale di Silvia Beillard. All’interno del loro spettacolo Circus o delle Piccole Tristezze, tra le molte canzoni scritte di loro pugno, Il Lanciatore di Coltelli mi ha colpito tanto da spingermi a chiedere a Silvia e a Andrea De Santis, autore del testo, il permesso di creare un videoclip della canzone.
Ho pensato che la canzone potesse funzionare anche fuori dal contesto dello spettacolo, per la sua universalità, ma quando decisi di metterla in scena mi posi il problema di come non tradire lo spettacolo. Sapendo di non poter riportare lo spettacolo o la realtà stessa della canzone senza manometterla, ho deciso di restare fedele alla tematica del mio laboratorio, mi chiesi come Il Lanciatore potesse affrontare un palcoscenico differente.
Da qui l’idea di creare una intro che permettesse, non al pubblico dello spettacolo, ma ad un pubblico “altero”, a lui sconosciuto, di entrare in contatto con la canzone secondo la mia personale visione. In seguito ho chiesto scusa alla compagnia per aver fatto prendere alla canzone un’altra direzione. Immagino che l’affezione nei confronti del loro processo creativo abbia impedito un apprezzamento emotivo del filmato. Da quei pochi rimandi che ho ricevuto da loro ho capito che non ne sono rimasti entusiasti. Un cambiamento però credo che sia necessario e umano, e il fatto stesso di aver riconosciuto come splendido il lavoro di Silvia e il testo stesso della canzone non è bastato a far sì che il mio filmato potesse risultare “credibile” ai loro occhi. Del resto non è stato recepito “credibile” anche da altre persone.

I protagonisti del mio video sono Il Lanciatore di Coltelli, interpretato da Mizuko 00 e l’Avvelenatrice Russa, sua amante, interpretata da Giulia Torrini; la voce off dell’Avvelenatrice è di Ekaterina Kulakovskaia, moglie di Simone A. Tognarelli (montaggio). Personalmente appartengo a quella scuola di pensiero nella quale tutto ciò che è in scena ma anche ogni singolo movimento di macchina, ogni dettaglio è scelto per un preciso motivo narrativo. Questo non significa che io sia in grado di fare le scelte giuste o che queste scelte siano sostenibili dal pubblico. L’intento però è questo.

"Il Lanciatore di Coltelli- Mizuko 00 e Giulia Torrini.
“Il Lanciatore di Coltelli” con Mizuko 00 e Giulia Torrini. (foto: Angelo Liuzzi)

Ad esempio, la scelta del vintage è stata semplice. Tutto di questa canzone per me è vintage, la voce stessa di Andrea per me lo è. Lo stesso vale per quelle scelte “facili” come montare alcune sequenze al contrario o il passaggio della color dal vintage al b/n. Sono cose che uno serio non fa a meno che non ci sia un buon motivo. Resta comunque un rischio e io c’ho provato. Il risultato finale è una coerenza stilistica che segue un suo filo narrativo logico, evidentemente non fruibile da tutti però. Anche la intro alcune persone non l’hanno capita. Mi hanno chiesto quale fosse il legame tra la intro e la canzone. Per me ovviamente c’è. Così come c’è stato anche a chi è piaciuta solo la intro. Questo può succedere proprio perché ognuno di noi ha un modo personale di percepire le cose e non sì può arrivare a tutti, al di là delle scelte tecniche. Io mi sento comunque di aver rispettato nel filmato la forma “leggera” dell’arrangiamento musicale della canzone, nella quale ho mantenuto nascosto il significato del testo, fruibile a chi abbia voglia e le capacità di trovarlo.  Spero solo di non averlo nascosto troppo bene sotto le macerie dell’ultima scena.

I protagonisti del video vivono come in un eterno presente, di gesti rituali, distanza, incomunicabilità. Una condizione di stallo che per la ragazza diventa insopportabile. Ti sei mai sentito in una situazione analoga?

Mi fa piacere che tu abbia percepito questa dimensione di stallo insopportabile per l’Avvelenatrice. Io vivo spesso la condizione di un istmo in generale. Di solito mi metto sull’uscio e sto a guardare cosa accade da entrambi le parti. Il mio lavoro come counsellor è quello di creare un ponte calpestabile per i miei clienti. Lo stallo è una condizione inevitabile, ma che in me ha perso quella valenza ansiogena. Io non lo vivo come stallo ma come luogo nel quale ci sono molte possibilità di sviluppo. L’Avvelenatrice questa dimensione non la tollera e decide di avvelenare il protagonista, ecco perché il montaggio alla rovescia, come a dire: Io questa cosa qui la voglio cancellare, atto sessuale compreso.

"Il Lanciatore di Coltelli"- Backstage.
“Il Lanciatore di Coltelli”- Backstage. (foto: Angelo Liuzzi)

Stasi e movimento sono qui due facce della stessa apatia, di un senso di vuoto, senza meta apparente. La storia del video è ambientata nel ’71, ma ci rivedi qualcosa del contesto attuale?

In realtà il video è ambientato oggi, il diario trovato e letto dall’Avvelenatrice è datato 1971; è stato scritto realmente da una ragazzina di quel periodo ed è proprio quel diario che mi ha permesso di “colorare” il presente e di creare il legame con la canzone stessa. Ho permesso all’età del diario di determinare il palcoscenico su cui i miei personaggi e la canzone si sono mossi. Senza contare che quel diario lo abbiamo trovato nella casa dove abbiamo girato. Non era previsto nella sceneggiatura ma come accade per le mie sessioni di counselling, tutto quello che i miei clienti portano o che accade entra nella sua misura in scena. C’è una traccia che seguo e poi c’è cosa si sviluppa sulla traccia, il che mi influenza e interagisce con me in una relazione fino al risultato finale. Stasi e movimento fanno parte di quell’istmo. Il pubblico alla fine deve poter scegliere dove andare o quale percezione avere, a prescindere da quello che è il mio intento narrativo. Non voglio indurre niente a nessuno. Non farei il counsellor. Per esempio, alla fine il protagonista muore o no? Quegli occhi si aprono o si chiudono, dato che anche la scena finale potrebbe essere percepita come montata al contrario?

Sono uscito fuori dalla domanda adesso, però per risponderti ti dico: Sì certo. Le parole della ragazzina io le sento spesso oggi nella voce delle mie clienti più giovani. Quell’inerzia quasi impercettibile nel ’71, congelata nel diario come un grido soffocato, oggi è la routine assordante senza risposta. Il legame è nella risposta risolutiva che si aspetta e non arriva.

Come ti rapporti ai tuoi attori? Assecondi le emozioni che ti suscitano o li prepari ad esprimere determinate idee e sensazioni?

Il lavoro con i miei attori è tutto. Qui sta il motivo principale che mi spinge a fotografare piuttosto che a filmare. Per me non c’è nulla di più bello della relazione che si crea con loro e del processo creativo del quale tutti facciamo parte. Sicuramente vorrei che il risultato finale fosse apprezzato da quante più persone possibili, ma la cosa più importante è come arriviamo tutti a quel risultato. Quello che accade sulla scena, l’esperienza che creiamo. E non c’è esperienza degna di ricordo senza le emozioni che la sottendono. Pertanto assecondare no, le accolgo. Accolgo le loro emozioni, le mie, e insieme le cavalchiamo. La preparazione è individuale. Io ho la mia. Quello che faccio è raccontare loro la mia visione. Il lavoro vero sta nella nostra interazione. Questo è il motivo per cui scelgo persone che non sanno nulla di recitazione. Semmai mi preparo partendo dalla scelta degli attori, i quali mi devono risuonare dentro e mi devono permettere di entrare dentro di loro.

Certo il rischio è di girare scene che non siano credibili dagli addetti ai lavori, perché di solito loro hanno una concezione prefissata su come ci si deve muovere sulla scena. Per esempio abbiamo montato una scena dove Giulia è stesa sul divano. Questa è apparsa per lo più non credibile, come una scena di posa, non sostenuta adeguatamente dall’espressività dell’attrice o dalla mia direzione registica. Non posso negare che questo sia vero, è la classica scena fashion che si vede ovunque. Io però volevo proprio quello e Giulia è stata bravissima a darmi ciò che volevo. Poi, non dimentichiamoci che è il mio primo videoclip dato in pasto alla rete, che mi sono anche girato da solo senza spallaccio o treppiede (e si vede!). Fatto a mano insomma, con la mia mark III. Avevo bisogno di un primo riscontro, dovevo pur partire da qualche parte.

Si dice che il ritratto dica molto anche del fotografo. Quanto di te c’è nei tuoi soggetti?

Io metto sempre me stesso nei ritratti che faccio. Ogni ritratto è l’incontro tra me e i miei soggetti. Quanto poi di me ci sia dipende dalla relazione che si innesca col soggetto, e questo cambia sempre. Dipende da quanto io voglia entrare dentro di loro e quanto loro mi permettano di farlo.

Nella tua arte torna a più riprese il legame con il mito, con i simboli e le figure archetipiche. In che misura la cultura classica è ancora efficace nel descrivere il sentire contemporaneo?

Questa è una domanda difficile, in primo luogo perché c’è chi sostiene che la fotografia non sia un’arte ma un mestiere, questo potrebbe valere anche per il cinema in generale, e il fatto che tu dica: “La tua arte” mi fa sobbalzare dalla sedia. In secondo luogo è difficile perché i miei studi attingono alla cultura antica, e più in generale classica. Inevitabilmente sono costretto a vivere quello che faccio anche attraverso questi studi.

Quanto sia efficace oggi non lo so. Dipende a cosa pensi quando dici “efficace”. Di sicuro so che se avessi voglia di portare Amleto in un mio filmato o in una fotografia questo dovrebbe essere irriconoscibile pur essendo totalmente presente. Questo perché chi non sa nulla o poco di Amleto, qualora lo dovesse riconoscere continuerebbe a non sapere nulla o poco di lui, e chi invece sapesse bene chi sia vedrebbe nel mio Amleto uno scimmiottamento di tutto quello che c’è stato prima di me e di chi lo ha reso più credibile di quanto io sia mai capace di fare. Come per Il Lanciatore di Coltelli così non mi interessa portare in scena Amleto per come è stato concepito, non ne sarei neppure capace, premesso che esista qualcuno che possa farlo. Mi interessa prendere Amleto e vedere cosa potrebbe succedergli oggi. Amleto è un Amleto oggi, senza contare che dovrebbe portare me dentro la messa in scena.

Dalle tue risposte emerge un modo di concepire l’espressione artistica come espressione di una relazione e mai solo di te stesso. Un territorio di delicato equilibrio tra te, il soggetto che ritrai ma anche quello che interpreta il risultato. Questo rispetto della libertà di ciascuno deriva dalla tua esperienza con il counselling o è qualcosa che ti appartiene da sempre?

Me stesso da solo non esisterebbe. Io esisto in quanto essere che si rapporta in maniera costante con qualcosa o con qualcuno, certo, poi devo ricordare che io ho sempre avuto difficoltà relazionali. La scuola di counselling a indirizzo fenomenologico ed esistenziale dell’Istituto Hermes e la formazione continua hanno portato alla luce questa condizione naturale. Non ho certo risolto tutte le mie difficoltà ma quello che posso dire di aver imparato è che tutto esiste in quanto flusso di una relazione continua, che uno se ne accorga o no.

La mia espressione artistica quindi aderisce a questa considerazione. Anche qualora io decidessi di isolarmi come un eremita e creare, la mia produzione artistica sarebbe comunque il frutto della relazione tra me e il mio mondo immaginario, fatto del mio vissuto fino a quel momento e con qualcosa o con qualcuno che interagisce con me costantemente. Se l’arte è restituire, nel farlo c’è anche una gratitudine, riconoscere cioè chi o cosa sia capace di ispirarmi, poi certo sono io che creo.

C’è altro che vorresti aggiungere?

Sì, mi piacerebbe raccontarti del documentario su cui sto lavorando e della scuola di photo-counselling che sto mettendo su ma ci vorrebbe un’altra intervista, così mi tengo queste cartucce per la prossima volta che vorrai intervistarmi. Per ora voglio ringraziarti per questo spazio e per l’attenzione con la quale mi hai rivolto le tue domande.

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