Da Lost a Westworld: perché con J.J. ci vuole Pazienza

Westworld dove tutto è concesso.

Cosa aspettarsi dalla seconda stagione di Westworld? Tutto il bene possibile, però…

Poche serie, recentemente, hanno creato un livello di engagement pari a quello di Westworld. La nuova creatura di Jonathan Nolan e Lisa Joy ha scatenato dibattiti e elucubrazioni sui social e i forum dedicati con un entusiasmo che, non a caso, ha ricordato i gloriosi tempi di Lost. Non a caso, perché i produttori sono sempre Bryan Burke e il prolifico J.J. Abrams. Mentore della serialità ma anche re-interprete di mondi e cult intoccabili, dal re-boot di Star Trek all’ episodio VII di Star Wars, Abrams è per molti versi una garanzia quando si tratta di proporre fantastici universi narrativi.

Ma, a dirla tutta, qualche piccolo appunto anche a J.J Abrams lo si potrebbe fare.

Da Lost a Westworld: per amor di labirinto

Per esempio, quando penso a Lost, mi viene sempre in mente quella vignetta di Pazienza, dove un tizio fuma e beve svarionando davanti a un murales, meravigliandosi del trip pazzesco che glielo fa apparire viola. Per poi, al mattino, in piedi davanti allo stesso muro, concludere con un lapidario “AH! ma È viola!”

Andrea Pazienza: vignetta
Andrea Pazienza.

Ecco, con Lost è andata così. L’aereo si schianta, tutti ne escono, John Locke torna a camminare e il pubblico azzarda “Sono tutti morti” per poi, dopo il bellissimo calvario di sei stagioni- sei anni di ipotesi e grafomania seriale su tutti gli scenari possibili e immaginabili- ritrovarsi con il finale ad esclamare “AH! ma SONO tutti morti!”.

Ora, J.J. Abrams è anche questo qui. Uno che ti mette in piedi un viaggio meraviglioso, lascia che i fan ricamino trame e sottotrame, e poi se ne esce con un muro viola. Capite bene che a ragionare così si ha un bell’entusiasmarsi tra labirinti e rompicapi, ma il tarlo pignolo che non dimentica è difficile da far chetare.

Mentre i fan di J.J. sono già in viaggio per venirmi a picchiare, mi resta un po’ di tempo per correre ai ripari. Giunti alla fine della prima stagione, la mancanza di coordinate che teneva in sospeso lo spettatore è stata in parte colmata. Il sospetto che l’impianto di Westworld si risolva alla lunga in una gigantesca bolla di sapone per il momento è sufficientemente arginato. A questo si aggiungono i meriti indiscutibili della serie, come la complessità della messa in scena, la componente ludica della narrazione da ricostruire o i vari spunti filosofici che chiama in causa. Dalla questione etica delle turpitudini attuate dagli ospiti, alla memoria come fonte di coscienza e dolore tipicamente umani. Senza contare il West eletto a emblema dell’ignoto da conquistare, già presente nel film del 1973 (Il mondo dei robot) da cui la serie trae ispirazione e qui efficacemente sviluppato. Per le prossime stagioni c’è dunque da ben sperare.

L’importante è tenere sempre in conto, per evitare future delusioni, che Westworld resta il mondo “dove tutto è concesso.” Soprattutto agli sceneggiatori.

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